Pareva una creatura che non poteva essere toccata.
4 quad.
Una spiaggia e una serie di
oggetti disposti casualmente si aprivano nella mente e devastando
l’iride. I chioschi erano tutti chiusi da qualche tempo, avrebbero
riaperto dopo qualche mese . Non faceva freddo ma c'era molto vento.
Quattro uomini a torso nudo su quattro quad. Un quad rosso, uno
giallo, uno blu, uno verde.
Metallizzati, tutti e
quattro i veicoli, possenti e rumorosi. L'uomo sul quad rosso aveva
una maschera da demone giapponese. L'uomo sul quad giallo una grossa
maschera da cinghiale, le zanne si dilatavano frammentandosi verso la
spuma biancastra del mare. Sul quad blu, leggermente in ritardo
rispetto gli altri, l'uomo guidava con una mano sulla manopola
dell'acceleratore, nell'altra aveva un vaso con dentro una pianta di
venus acchiappamosche, la faccia era ricoperta di cerone e due grossi
canini di plastica a buon mercato spuntavano dalla bocca, era un
vampiro. Alla guida del quad verde, quello che andava più veloce con
il manubrio in febbre tremolante, quello che alzava più
sabbia,quello che aveva una determinazione ancor più vorace degli
altri c'era un uomo con la maschera di Fidel Castro. Al loro
passaggio si alzavano montagne di sabbia. I loro addominali
afflosciati dimostravano ingloriosamente l'avanzare degli anni. Sui
loro pettorali una volta virgulti e nervosi qualche pelo bianco.
L'uomo sul quad giallo si fermò, alzò il sedile ed estrasse un
grosso mantello in feltro grigio, dove erano state attaccate delle
piume di pernice. Lanciò un urlo. L'urlo fu coperto dal rumore della
marmitta. Indossò il mantello. Montò in sella con rabbia e ripartì.
Urlò di nuovo. Accelerò. Accelerarono tutti. Il quad blu rimase
ancora un po' più indietro. La pianta carnivora era ricoperta da un
sottile strato di sabbia e di polvere. Il guidatore tossì. Ma non
accennò ad accelerare. Godeva allo sfrigolare pulzante dei
microorganismi rimestati.
Dozzine di pesci morti erano
stesi sulla battigia. I riflessi bluastri delle loro squame
pennellavano di sensualità le intense nuvole sature che si
scontravano verso la linea dell'orizzonte. I quattro sembravano non
essere mai esistiti realmente, sembravano creature mitologiche,
evanescenti ed influenti, sembravano delle ombre che presa coscienza
di non essere solo una proiezione, cavalcavano il loro farsi carne
con fasto e superbia.
Il loro punto di arrivo era
all'altezza del terzo chiosco, il lungomare già di per se luogo
solitario e non esplorabile nella sua totalità, sembrava in quel
momento una distesa che poteva creare timor panico solo per la sua
infinita estensione, un deserto e forse loro erano il miraggio di un
esploratore disperato e assetato.
L'uomo sul quad rosso spense
il motore, scese e si stiracchiò poi si premette le mani sulle
tempie con movimenti secchi e furtivi. L'uomo sul quad giallo si
accostò a lui e alzò per un secondo la maschera che gli copriva
tutto il volto fino alla bocca, che ora scoperta denunciava con un
colore paonazzo l'emozione di quella strana, tarda mattinata.
-Non fermarti troppo mi
raccomando.-
-Non ti preoccupare voglio
solo leggere una cosa ad alta voce.-
-Come vuoi tu ma non
fermarti troppo, dobbiamo essere al terzo chiosco tra 15 minuti.-
La maschera da cinghiale
scese come una ghigliottina, ricoprì di nuovo tutta la faccia.
Qualche piuma si staccò dal mantello e rimase lì a terra
leggermente stropicciata. Il quad giallo ruggì e scattò. Passò
anche il quad blu e il suo guidatore fece un gesto di saluto verso il
demone. Il demone si avvicinò cautamente all'acqua. Si bagnò le
mani e gli avambracci. Da una sacca di canapa estrasse un libro. Un
libro di poesie di Wordsworth. Una raccolta. Un edizione economica.
Sulla copertina un particolare di un paesaggio di Constable.
C'era un segnalibro a pagina
57. Si sedette a gambe incrociate ed iniziò a leggere.
Un sonno ha intorpidito
il mio spirito
non avevo timori umani
lei pareva una creatura che non poteva essere toccata
dal passaggio degli anni di questo mondo
lei pareva una creatura che non poteva essere toccata
dal passaggio degli anni di questo mondo
Ora lei più non si muove,
non sente né vede;
avvolta nella terra che ruota ogni giorno su di lei,
non sente né vede;
avvolta nella terra che ruota ogni giorno su di lei,
insieme alle sue rocce, alberi e pietre.
Richiuse il libro. “Alberi e pietre” riprese a dire
piano, la sua voce era la voce di un incubo, quasi un respiro prima
della caduta. Gettò in acqua il libro. Le pagine si bagnarono
velocemente. Piano le onde e la sabbia lo ricoprirono prima
internamente, poi esternamente.. “Forse era più scenografico
bruciarlo. Troppo tardi, dovevo pensarci prima.” Scavò una
piccola buca. Si accese una sigaretta,una Winston blu, fece due tiri
e poi la buttò nella buca che intanto si stava disgregando e
riempendo d'acqua, si abbassò i pantaloni. Cacò. Richiuse la buca.
Salì sul quad e ripartì. Ripensò agli anni passati con M. e al suo
tradimento. Si erano conosciuti dieci anni prima in un piccolo locale
sulla spiaggia. Ormai andato bruciato. Il proprietario aveva dei
dissesti economici e diede fuoco al locale per avere il rimborso
dell'assicurazione. Ormai di quel locale, proprio dall'altra parte
del canale era rimasto solo lo scheletro e qualche piatto in
porcellana ormai spaccato in più pezzi e deflagrato dai numerosi
crostacei che vi si avvicinavano vi si sedimentavano. Dieci anni
addietro si conobbero e iniziarono subito a baciarsi, così com'era
naturale in quel momento solenne, sotto le stelle, su un asciugamano,
per non sporcarsi troppo con la sabbia umida. Lei veniva da una
storia di tre anni con un architetto. Si baciarono per un quarto
d'ora filata quella notte. Lui allora aveva ventisette anni ed erano
due anni che non toccava in nessun modo una donna, neanche sfiorata.
Si sentiva ardere. Lo ricordava benissimo quel momento. E poi
passarono dieci anni. Tutto ciò che c'era in mezzo sembrava solo una
glossolalia variazione del tema. Così come la loro convivenza. Di
solito lui cucinava e lei lavava i piatti, facevano l'amore spesso,
di sicuro più delle altre coppie di amici, almeno tre o quattro
volte la settimana, erano andati insieme in India, a Stoccolma, nel
sud della Francia. Avevano preso anche due cani. Uno morto per
emorragia interna. Un altro investito da una macchina mentre
inseguiva un gatto. Erano due meticci. Poi un giorno, l'uomo sul quad
blu, telefonò e gli disse con la voce imbarazzata che l'aveva vista
in un bar baciarsi con un altro uomo. Solo un caffè, una borsa e uno
zainetto, questo in quel momento fu il suo unico pensiero. Niente
stelle, mare ed asciugamano. Il romanticismo becero come il suo, il
romanticismo tipico di un teen drama americano perdeva di fronte alla
posa del caffè in un bar di periferia. Baci istantanei e secchi, non
l'umidità di quindici minuti salini.
Lui non disse nulla. Si diresse alla stazione, con un
bagaglio minimale e la carta di credito e girò per il sud Italia.
Viaggiò una settimana. Quando tornò litigarono, si sentì dire che
lei ormai si era annoiata, che si sentiva ancora giovane e che era
andata a letto solo con due uomini, poi si corresse, tre uomini e che
voleva divertirsi, provare a vivere come non aveva fatto quando era
all'università, gli disse che ora aveva i soldi e aveva una casa
sua. Lui fece le valigie, dormì in hotel per qualche giorno e poi
affittò una stanza. Non si videro o sentirono per due anni.
Dopotutto nessuno dei due ne aveva voglia. Non aveva neanche mai
voluto avere informazioni, anche se avrebbe potuto. Un giorno gli era
arrivato a casa, un plico, con delle vecchie loro foto. Ed una
lettera.
Ciao G. allora come va?
Sono M. qualche volta ti sarei chiesto come sto? Io l'ho fatto,
qualche volta mi sono chiesta cosa stavi facendo, come stavi ed
infatti qualche domanda agli amici l'ho fatta. Tu sicuramente
orgoglioso come sei non l'avrai fatto, no, non l'hai fatto, ne sono
sicura. Quando parlavano di me o ti allontanavi o facevi quel tuo
sorrisetto sarcastico e dicevi che non ti interessava, come non ti
interessano le quotazioni in borsa della FIAT o il campionato
femminile di calcio a 5. Invece ti rodevi dalla voglia di saperne di
più.
Ora lo puoi sapere non
ho fatto quella vita di vizi e stravizi per cui ti avevo lasciato. Ho
avuto un paio di storie ma niente di serio, niente viaggi esotici in
Senegal o a Singapore.
Sei mesi fa ho iniziato
ad avere dolori lancinanti al petto. Sono andata a farmi qualche
visita e qualche esame. E dopo poco ho scoperto di avere un tumore ai
polmoni. Tossivo e sputavo sangue. Sembravano scene da un film di
Lucio Fulci. Terribile! Splatter! Comunque fra poco morirò. Ormai mi
restano pochi giorni. Non venire a trovarmi e non venire nemmeno al
mio funerale, fregatene delle convenzioni, ma voglio che mi fai un
favore. Non chiederti il perché. Tu fallo e basta. Tra due giorni
verrà da te mio fratello e ti dirà quale è il favore che vorrei
tu mi facessi. E' l'ultima cosa che ti chiedo, poi te lo giuro non ti
romperò più i coglioni. Mai più. Anzi dopo se ne sei capace
dimenticami. Non ho mai amato nessuno come ho amato te. L'unica cosa
triste è che io non ti ho mai amato mai come tu avresti voluto amare
me.
In un primo momento quando
ricevette quella lettera sembrò tutto un grosso scherzo, di cattivo
gusto e abbastanza incomprensibile. Ma G. sapeva che M. non scherzava
quasi mai. Sapeva essere ironica ma non sapeva fare scherzi. E così
attese. Attese l'arrivo di L., passarono velocemente quei due giorni.
Poi aprì la porta e si ritrovo un uomo a petto nudo con una maschera
di Fidel Castro. Quando stava insieme alla sorella loro due erano
buoni amici. Avevano gusti molto simili sia riguardo i film che i
libri. La stessa passione sincera per Philip K. Dick, Gus Van Sant e
Elio Petri. L. Abbracciò G. con forza e disperazione.“Non ce la
farà, non ce la farà. Sono i suoi ultimi giorni di vita,
addirittura si è fatta battezzare, la comunione e la cresima, tutti
i sacramenti, tutti.” Così mugugnava L., un disperato lider maximo
e poi mangiando dei biscotti al burro, raccontò qual'era il favore
che dovevano fare a M., ma prima G. voleva sapere qualcosa sul
tumore, e sulle reali condizioni cliniche. Non solo tormento e
tempeste emotive, voleva sapere di chemioterapia e metastasi.
L. si levò la maschera
guardo negli occhi G., gli consegnò la maschera da demone
giapponese, voleva ridere, ma grosse lacrime giallo paglierino
rigavano il suo volto.
-Non ha il tumore. G. Ha
un'altra cosa in un qualche modo è anche peggio.-L. abbassava via
via sempre più il volto come ad eclissarsi.
-Come non ha il tumore? Cosa
vuol dire che non ha il tumore? Cos'ha?-
-Non so se vuole che si
dica. Lo trova ridicolo.- e così dicendo L. sorrise per un secondo.
-E' meglio se me lo dici L.
sennò scordati il favore che lei vuole che io gli faccia. Non vorrai
far dispiacere proprio ora la tua sorellina.- G. iniziò a girare una
sigaretta di tabacco, ma grossi grumi di tabacco scivolavano sul suo
tappeto Ikea a geometrie stile De Stijl rosse e fucsia.
- Okay. Forse
effettivamente, noi tutti te lo dobbiamo. Noi tutti te lo dobbiamo,
che frase da film trash vero?
Ok te lo dirò! Ma tu non lo
dovrai dire a nessuno. A nessuno. O farai i conti con me.
Come ti aveva già scritto
nella lettera, qualche tempo fa aveva dei fortissimi dolori al petto.
E sputava sangue. I medici non riuscivano a capirne il motivo. Dopo
una radiografia si è scoperto che M. aveva un piccolo pino che le
cresceva nei polmoni.-
- Un pino nei polmoni. Ha un
pino nei polmoni?-
-Si. Le è entrato un seme e
non si sa come, è germogliato. Capisci, come se lei fosse madre
natura-
L. si era letteralmente
divorato tutti i biscotti al burro di G. quelli danesi nella scatola
di latta.
- Ed io ci dovrei credere
così come se niente fosse. Dimmelo mi state prendendo per il culo.
Nessuno ci crederebbe. Questa notizia non è credibile nemmeno per un
lettore di “Cronaca Vera”.-
-Devi crederci perché è
così e poi se non ci credi cambia poco. M. ha un pino che le cresce
nei polmoni. Piccolo e letale. -
- Ma non lo possono
rimuovere? Chirurgicamente?-
- No non possono. Anche se lo farebbero poi ci sarebbe
poco da fare. Morirebbe lo stesso. Lo stesso. Il suo destino è
essere un vaso. Un urna greca, quel piccolo germoglio è il suo
figlio, questo è il suo destino e nessuna scure potrà abbattere
quel piccolo albero .
- passò circa due ore a descrivere ciò che avrebbero dovuto fare il giorno dopo che M. fosse morta. Quattro quad. Quattro maschere. Non un funerale. Un rito. Una rinascita. La reincarnazione. Sarebbero stati un corteo funebre di nuova generazione. O forse era un rito di un'antichità così lontana da perdersi nelle grotte e nei rifugi più umidi della mente umana. Nel loro rito ci sarebbe stato un ritorno ad un rapporto diretto con la morte.Nelle tante chiacchierate che avevano avuto nel tempo, era sempre emerso che M. non volesse che la sua morte e soprattutto il suo rito funebre fosse celebrato in pubblico, non voleva che le persone che l'avevano conosciuta si sentissero ripetere milioni di parole di cordoglio da sconosciuti o poco più. M. pensava che nel momento della morte le persone care si dovevano avvicinare per l'ultima volta in maniera totale, totalizzante alla persona defunta. Tutto ciò non accadeva più, pensava. Non accadeva più né Italia, né si può dire in tutto l'occidente. Non c'era un rito che aiutava le persone a catalizzare il loro dolore. In ogni funerale a cui era stata, soprattutto quello della madre aveva la sensazione inequivocabile di essere stata lasciata sola come sola era stata lasciata sua madre. M. non pensava che la morte significasse distacco eterno, in realtà significava unione eterna degli affetti o almeno la cristallizzazione di essi. La morte era un mistero, tutti erano d'accordo, e i partecipanti ad un rito funebre dovevano essere degli iniziati, il morto il loro sacerdote e il loro tramite con Dio. Gesù. O Chi ne fa le veci. O con il nulla eterno. Ma non poteva essere solo una lunga sequela di parole appiccicate e prive di una sintassi emotiva. Perciò aveva progettato il suo funerale, con meticolosità e creatività. Il suo funerale sarebbe stato pura poesia. Poi poteva venire festante il buio.
La sera della morte di M. , G. comprò delle birre e
due grami di cocaina a buon mercato. Voleva restare sveglio tutta la
notte per scrivere poesia d'amore e di morte.
Cento giorni, non basteranno, fili d'amore ancora
mi.... “no no, non va bene.” E stracciava i fogli
sotto la sua mano. Eri La regina della notte e mi
piaceva.... e stracciava ancora con maggior violenza
quella carta bianca e infida.“No, che cazzo non va bene
neanche questo come inizio. Come al solito il mio scrivere non mi è
di aiuto. Aumenta solo il rimpianto di non poter andare un'ultima
volta a letto con M.” Scrisse solo una frase quella notte e poi si
addormentò. Il giorno dopo sarebbe stato un lungo giorno. Noi non
siamo mai stati polvere che ritorna alla polvere, siamo concime.
4 quad e il giorno di solito comincia sporco.
Il giorno di solito comincia sporco, come
l'inchiostro del nostro giornale...Giorno per giorno avanzando
tranquillo sono quasi davanti alla tua finestra... cantava
G.
-
Ma non cantare cazzo, lo so che oggi dobbiamo far finta di
non essere tristi, ma almeno non cantare stonato del cazzo.-
- Non di non essere tristi, le
abbiamo promesso di non essere disperati.-
- Cazzo mi sembra
tutta una barzelletta.- Disse l'uomo sul quad blu, il vampiro.
- Può essere, ma di sicuro sarà tutto
più vero che in chiesa o non lo so con la gente che piange. Piange e
basta. Quello, lasciamolo ai suoi genitori. E poi dai, non siamo dei
mostri, siamo degli amici. Anzi siamo l'amicizia, risolviamo una
promessa fatta ad un'amica, ad un'ex ragazza, a una sorella, ci
sembra di essere in 4, invece siamo in 5. Siamo tutti i sostantivi
più nobili e importanti del vocabolario, tutti sostantivi con la
maiuscola. Tutti questi sostantivi iniziano con la maiuscola.
Capisci? Siamo la Morte. Siamo La Vita. Siamo L'Amicizia. Siamo il
Dolore. Siamo la Gioia. E anche se non ci crediamo ancora, stiamo
ridando senso alle nostre vite e alla vita di M., definitivamente,
per sempre, ora siamo liminari, fra un po' saremo un altra cosa. E
tramite queste maschere saremo...- Ormai G. si era convinto del tutto
della loro missione, mangiando M. l'avrebbe amata per sempre.
Possedendola per sempre l'avrebbe amata per sempre. Mangiava la sua
carne per avere la sua anima-
- Saremo dei criminali, saremo
dei cannibali, o cazzo, capisci, saremo dei cannibali! - ribatté il
vampiro.
- Se non lo vuoi fare vattene. Sei libero di farlo-
- Lo sai che non è
questo.-
- Lo so, non credere che a me i dubbi non siano
venuti, so che potrà sembrare una follia, l'ultimo gesto insano, di
una donna vissuta che ha vissuto insensatamente per gli ultimi mesi
di vita, sai che aveva iniziato a vestire il cilicio, cose del
genere. Quando L. mi disse delle sue idee riguardo al suo vero
funerale, vomitai. Ma poi capii. E dissi si. Si, con gioia caprina ed
estatica. Se avesse avuto solo un funerale come tutti, avrebbe voluto
dire che lei in quanto individuo non aveva mai vissuto. Sai tutte le
pippe che ci facciamo su Nietzsche? Tutte le pippe sul fatto che
dobbiamo odiare una società così basata sul culto del pulito? Tutte
le pippe sulla società sterilizzata? Tutte le nostre discussioni su
come invece dobbiamo inglobare il dolore, la malattia e così colui
che soffre?-
- Si. Tipo che i matti non deve essere rinchiusi
come i malati...-
- Si. Si. Quei discorsi. Ora
noi stiamo superando la nostra società! Capisci siamo dei
superuomini. UBERMENSCH!. Stiamo cambiando la società. Diventeremo
diversi da tutto e tutti in quanto mangiando M. non saremo più solo
G.,L.,P., e V., saremo una nuova entità, anche se solo per oggi. No,
non solo per oggi,per tutta la vita. Lo so che ti spaventa ma vedrai
tra un po' ne sarai contento. Solo per oggi. Mangiando M.,si,
mangiando M. avremmo fatto felice una donna morta. E noi, noi non
saremo più gli stessi e lo ritualizzeremo, in quanto la morte di M.
già ci aveva cambiato. E ora lo renderemo esplicito. - G. ebbe una
pausa, poi inizio a parlare di nuovo , con le lacrime agli occhi - E
un tatuaggio non poteva bastare, non può bastare se hai amato M.-
L., pianse a dirotto. Quando smise di farlo partirono e
c'erano solo la sabbia, i motori, le maschere, carne e amore. Alberi
e pietre.
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