venerdì 7 ottobre 2011

Pareva una creatura che non poteva essere toccata.


4 quad.

Una spiaggia e una serie di oggetti disposti casualmente si aprivano nella mente e devastando l’iride. I chioschi erano tutti chiusi da qualche tempo, avrebbero riaperto dopo qualche mese . Non faceva freddo ma c'era molto vento. Quattro uomini a torso nudo su quattro quad. Un quad rosso, uno giallo, uno blu, uno verde.
Metallizzati, tutti e quattro i veicoli, possenti e rumorosi. L'uomo sul quad rosso aveva una maschera da demone giapponese. L'uomo sul quad giallo una grossa maschera da cinghiale, le zanne si dilatavano frammentandosi verso la spuma biancastra del mare. Sul quad blu, leggermente in ritardo rispetto gli altri, l'uomo guidava con una mano sulla manopola dell'acceleratore, nell'altra aveva un vaso con dentro una pianta di venus acchiappamosche, la faccia era ricoperta di cerone e due grossi canini di plastica a buon mercato spuntavano dalla bocca, era un vampiro. Alla guida del quad verde, quello che andava più veloce con il manubrio in febbre tremolante, quello che alzava più sabbia,quello che aveva una determinazione ancor più vorace degli altri c'era un uomo con la maschera di Fidel Castro. Al loro passaggio si alzavano montagne di sabbia. I loro addominali afflosciati dimostravano ingloriosamente l'avanzare degli anni. Sui loro pettorali una volta virgulti e nervosi qualche pelo bianco. L'uomo sul quad giallo si fermò, alzò il sedile ed estrasse un grosso mantello in feltro grigio, dove erano state attaccate delle piume di pernice. Lanciò un urlo. L'urlo fu coperto dal rumore della marmitta. Indossò il mantello. Montò in sella con rabbia e ripartì. Urlò di nuovo. Accelerò. Accelerarono tutti. Il quad blu rimase ancora un po' più indietro. La pianta carnivora era ricoperta da un sottile strato di sabbia e di polvere. Il guidatore tossì. Ma non accennò ad accelerare. Godeva allo sfrigolare pulzante dei microorganismi rimestati.
Dozzine di pesci morti erano stesi sulla battigia. I riflessi bluastri delle loro squame pennellavano di sensualità le intense nuvole sature che si scontravano verso la linea dell'orizzonte. I quattro sembravano non essere mai esistiti realmente, sembravano creature mitologiche, evanescenti ed influenti, sembravano delle ombre che presa coscienza di non essere solo una proiezione, cavalcavano il loro farsi carne con fasto e superbia.
Il loro punto di arrivo era all'altezza del terzo chiosco, il lungomare già di per se luogo solitario e non esplorabile nella sua totalità, sembrava in quel momento una distesa che poteva creare timor panico solo per la sua infinita estensione, un deserto e forse loro erano il miraggio di un esploratore disperato e assetato.
L'uomo sul quad rosso spense il motore, scese e si stiracchiò poi si premette le mani sulle tempie con movimenti secchi e furtivi. L'uomo sul quad giallo si accostò a lui e alzò per un secondo la maschera che gli copriva tutto il volto fino alla bocca, che ora scoperta denunciava con un colore paonazzo l'emozione di quella strana, tarda mattinata.
-Non fermarti troppo mi raccomando.-
-Non ti preoccupare voglio solo leggere una cosa ad alta voce.-
-Come vuoi tu ma non fermarti troppo, dobbiamo essere al terzo chiosco tra 15 minuti.-
La maschera da cinghiale scese come una ghigliottina, ricoprì di nuovo tutta la faccia. Qualche piuma si staccò dal mantello e rimase lì a terra leggermente stropicciata. Il quad giallo ruggì e scattò. Passò anche il quad blu e il suo guidatore fece un gesto di saluto verso il demone. Il demone si avvicinò cautamente all'acqua. Si bagnò le mani e gli avambracci. Da una sacca di canapa estrasse un libro. Un libro di poesie di Wordsworth. Una raccolta. Un edizione economica. Sulla copertina un particolare di un paesaggio di Constable.
C'era un segnalibro a pagina 57. Si sedette a gambe incrociate ed iniziò a leggere.

Un sonno ha intorpidito il mio spirito


non avevo timori umani
lei pareva una creatura che non poteva essere toccata
dal passaggio degli anni di questo mondo
Ora lei più non si muove,
non sente né vede;
avvolta nella terra che ruota ogni giorno su di lei,
insieme alle sue rocce, alberi e pietre.
Richiuse il libro. “Alberi e pietre” riprese a dire piano, la sua voce era la voce di un incubo, quasi un respiro prima della caduta. Gettò in acqua il libro. Le pagine si bagnarono velocemente. Piano le onde e la sabbia lo ricoprirono prima internamente, poi esternamente.. “Forse era più scenografico bruciarlo. Troppo tardi, dovevo pensarci prima.” Scavò una piccola buca. Si accese una sigaretta,una Winston blu, fece due tiri e poi la buttò nella buca che intanto si stava disgregando e riempendo d'acqua, si abbassò i pantaloni. Cacò. Richiuse la buca. Salì sul quad e ripartì. Ripensò agli anni passati con M. e al suo tradimento. Si erano conosciuti dieci anni prima in un piccolo locale sulla spiaggia. Ormai andato bruciato. Il proprietario aveva dei dissesti economici e diede fuoco al locale per avere il rimborso dell'assicurazione. Ormai di quel locale, proprio dall'altra parte del canale era rimasto solo lo scheletro e qualche piatto in porcellana ormai spaccato in più pezzi e deflagrato dai numerosi crostacei che vi si avvicinavano vi si sedimentavano. Dieci anni addietro si conobbero e iniziarono subito a baciarsi, così com'era naturale in quel momento solenne, sotto le stelle, su un asciugamano, per non sporcarsi troppo con la sabbia umida. Lei veniva da una storia di tre anni con un architetto. Si baciarono per un quarto d'ora filata quella notte. Lui allora aveva ventisette anni ed erano due anni che non toccava in nessun modo una donna, neanche sfiorata. Si sentiva ardere. Lo ricordava benissimo quel momento. E poi passarono dieci anni. Tutto ciò che c'era in mezzo sembrava solo una glossolalia variazione del tema. Così come la loro convivenza. Di solito lui cucinava e lei lavava i piatti, facevano l'amore spesso, di sicuro più delle altre coppie di amici, almeno tre o quattro volte la settimana, erano andati insieme in India, a Stoccolma, nel sud della Francia. Avevano preso anche due cani. Uno morto per emorragia interna. Un altro investito da una macchina mentre inseguiva un gatto. Erano due meticci. Poi un giorno, l'uomo sul quad blu, telefonò e gli disse con la voce imbarazzata che l'aveva vista in un bar baciarsi con un altro uomo. Solo un caffè, una borsa e uno zainetto, questo in quel momento fu il suo unico pensiero. Niente stelle, mare ed asciugamano. Il romanticismo becero come il suo, il romanticismo tipico di un teen drama americano perdeva di fronte alla posa del caffè in un bar di periferia. Baci istantanei e secchi, non l'umidità di quindici minuti salini.
Lui non disse nulla. Si diresse alla stazione, con un bagaglio minimale e la carta di credito e girò per il sud Italia. Viaggiò una settimana. Quando tornò litigarono, si sentì dire che lei ormai si era annoiata, che si sentiva ancora giovane e che era andata a letto solo con due uomini, poi si corresse, tre uomini e che voleva divertirsi, provare a vivere come non aveva fatto quando era all'università, gli disse che ora aveva i soldi e aveva una casa sua. Lui fece le valigie, dormì in hotel per qualche giorno e poi affittò una stanza. Non si videro o sentirono per due anni. Dopotutto nessuno dei due ne aveva voglia. Non aveva neanche mai voluto avere informazioni, anche se avrebbe potuto. Un giorno gli era arrivato a casa, un plico, con delle vecchie loro foto. Ed una lettera.
Ciao G. allora come va? Sono M. qualche volta ti sarei chiesto come sto? Io l'ho fatto, qualche volta mi sono chiesta cosa stavi facendo, come stavi ed infatti qualche domanda agli amici l'ho fatta. Tu sicuramente orgoglioso come sei non l'avrai fatto, no, non l'hai fatto, ne sono sicura. Quando parlavano di me o ti allontanavi o facevi quel tuo sorrisetto sarcastico e dicevi che non ti interessava, come non ti interessano le quotazioni in borsa della FIAT o il campionato femminile di calcio a 5. Invece ti rodevi dalla voglia di saperne di più.
Ora lo puoi sapere non ho fatto quella vita di vizi e stravizi per cui ti avevo lasciato. Ho avuto un paio di storie ma niente di serio, niente viaggi esotici in Senegal o a Singapore.
Sei mesi fa ho iniziato ad avere dolori lancinanti al petto. Sono andata a farmi qualche visita e qualche esame. E dopo poco ho scoperto di avere un tumore ai polmoni. Tossivo e sputavo sangue. Sembravano scene da un film di Lucio Fulci. Terribile! Splatter! Comunque fra poco morirò. Ormai mi restano pochi giorni. Non venire a trovarmi e non venire nemmeno al mio funerale, fregatene delle convenzioni, ma voglio che mi fai un favore. Non chiederti il perché. Tu fallo e basta. Tra due giorni verrà da te mio fratello e ti dirà quale è il favore che vorrei tu mi facessi. E' l'ultima cosa che ti chiedo, poi te lo giuro non ti romperò più i coglioni. Mai più. Anzi dopo se ne sei capace dimenticami. Non ho mai amato nessuno come ho amato te. L'unica cosa triste è che io non ti ho mai amato mai come tu avresti voluto amare me.
In un primo momento quando ricevette quella lettera sembrò tutto un grosso scherzo, di cattivo gusto e abbastanza incomprensibile. Ma G. sapeva che M. non scherzava quasi mai. Sapeva essere ironica ma non sapeva fare scherzi. E così attese. Attese l'arrivo di L., passarono velocemente quei due giorni. Poi aprì la porta e si ritrovo un uomo a petto nudo con una maschera di Fidel Castro. Quando stava insieme alla sorella loro due erano buoni amici. Avevano gusti molto simili sia riguardo i film che i libri. La stessa passione sincera per Philip K. Dick, Gus Van Sant e Elio Petri. L. Abbracciò G. con forza e disperazione.“Non ce la farà, non ce la farà. Sono i suoi ultimi giorni di vita, addirittura si è fatta battezzare, la comunione e la cresima, tutti i sacramenti, tutti.” Così mugugnava L., un disperato lider maximo e poi mangiando dei biscotti al burro, raccontò qual'era il favore che dovevano fare a M., ma prima G. voleva sapere qualcosa sul tumore, e sulle reali condizioni cliniche. Non solo tormento e tempeste emotive, voleva sapere di chemioterapia e metastasi.
L. si levò la maschera guardo negli occhi G., gli consegnò la maschera da demone giapponese, voleva ridere, ma grosse lacrime giallo paglierino rigavano il suo volto.

-Non ha il tumore. G. Ha un'altra cosa in un qualche modo è anche peggio.-L. abbassava via via sempre più il volto come ad eclissarsi.
-Come non ha il tumore? Cosa vuol dire che non ha il tumore? Cos'ha?-
-Non so se vuole che si dica. Lo trova ridicolo.- e così dicendo L. sorrise per un secondo.
-E' meglio se me lo dici L. sennò scordati il favore che lei vuole che io gli faccia. Non vorrai far dispiacere proprio ora la tua sorellina.- G. iniziò a girare una sigaretta di tabacco, ma grossi grumi di tabacco scivolavano sul suo tappeto Ikea a geometrie stile De Stijl rosse e fucsia.
- Okay. Forse effettivamente, noi tutti te lo dobbiamo. Noi tutti te lo dobbiamo, che frase da film trash vero?
Ok te lo dirò! Ma tu non lo dovrai dire a nessuno. A nessuno. O farai i conti con me.
Come ti aveva già scritto nella lettera, qualche tempo fa aveva dei fortissimi dolori al petto. E sputava sangue. I medici non riuscivano a capirne il motivo. Dopo una radiografia si è scoperto che M. aveva un piccolo pino che le cresceva nei polmoni.-
- Un pino nei polmoni. Ha un pino nei polmoni?-
-Si. Le è entrato un seme e non si sa come, è germogliato. Capisci, come se lei fosse madre natura-

L. si era letteralmente divorato tutti i biscotti al burro di G. quelli danesi nella scatola di latta.
- Ed io ci dovrei credere così come se niente fosse. Dimmelo mi state prendendo per il culo. Nessuno ci crederebbe. Questa notizia non è credibile nemmeno per un lettore di “Cronaca Vera”.-
-Devi crederci perché è così e poi se non ci credi cambia poco. M. ha un pino che le cresce nei polmoni. Piccolo e letale. -
- Ma non lo possono rimuovere? Chirurgicamente?-
- No non possono. Anche se lo farebbero poi ci sarebbe poco da fare. Morirebbe lo stesso. Lo stesso. Il suo destino è essere un vaso. Un urna greca, quel piccolo germoglio è il suo figlio, questo è il suo destino e nessuna scure potrà abbattere quel piccolo albero .
  1. passò circa due ore a descrivere ciò che avrebbero dovuto fare il giorno dopo che M. fosse morta. Quattro quad. Quattro maschere. Non un funerale. Un rito. Una rinascita. La reincarnazione. Sarebbero stati un corteo funebre di nuova generazione. O forse era un rito di un'antichità così lontana da perdersi nelle grotte e nei rifugi più umidi della mente umana. Nel loro rito ci sarebbe stato un ritorno ad un rapporto diretto con la morte.Nelle tante chiacchierate che avevano avuto nel tempo, era sempre emerso che M. non volesse che la sua morte e soprattutto il suo rito funebre fosse celebrato in pubblico, non voleva che le persone che l'avevano conosciuta si sentissero ripetere milioni di parole di cordoglio da sconosciuti o poco più. M. pensava che nel momento della morte le persone care si dovevano avvicinare per l'ultima volta in maniera totale, totalizzante alla persona defunta. Tutto ciò non accadeva più, pensava. Non accadeva più né Italia, né si può dire in tutto l'occidente. Non c'era un rito che aiutava le persone a catalizzare il loro dolore. In ogni funerale a cui era stata, soprattutto quello della madre aveva la sensazione inequivocabile di essere stata lasciata sola come sola era stata lasciata sua madre. M. non pensava che la morte significasse distacco eterno, in realtà significava unione eterna degli affetti o almeno la cristallizzazione di essi. La morte era un mistero, tutti erano d'accordo, e i partecipanti ad un rito funebre dovevano essere degli iniziati, il morto il loro sacerdote e il loro tramite con Dio. Gesù. O Chi ne fa le veci. O con il nulla eterno. Ma non poteva essere solo una lunga sequela di parole appiccicate e prive di una sintassi emotiva. Perciò aveva progettato il suo funerale, con meticolosità e creatività. Il suo funerale sarebbe stato pura poesia. Poi poteva venire festante il buio.
La sera della morte di M. , G. comprò delle birre e due grami di cocaina a buon mercato. Voleva restare sveglio tutta la notte per scrivere poesia d'amore e di morte.
Cento giorni, non basteranno, fili d'amore ancora mi.... “no no, non va bene.” E stracciava i fogli sotto la sua mano. Eri La regina della notte e mi piaceva.... e stracciava ancora con maggior violenza quella carta bianca e infida.No, che cazzo non va bene neanche questo come inizio. Come al solito il mio scrivere non mi è di aiuto. Aumenta solo il rimpianto di non poter andare un'ultima volta a letto con M.” Scrisse solo una frase quella notte e poi si addormentò. Il giorno dopo sarebbe stato un lungo giorno. Noi non siamo mai stati polvere che ritorna alla polvere, siamo concime.






4 quad e il giorno di solito comincia sporco.
Il giorno di solito comincia sporco, come l'inchiostro del nostro giornale...Giorno per giorno avanzando tranquillo sono quasi davanti alla tua finestra... cantava G. - Ma non cantare cazzo, lo so che oggi dobbiamo far finta di non essere tristi, ma almeno non cantare stonato del cazzo.- - Non di non essere tristi, le abbiamo promesso di non essere disperati.- - Cazzo mi sembra tutta una barzelletta.- Disse l'uomo sul quad blu, il vampiro. - Può essere, ma di sicuro sarà tutto più vero che in chiesa o non lo so con la gente che piange. Piange e basta. Quello, lasciamolo ai suoi genitori. E poi dai, non siamo dei mostri, siamo degli amici. Anzi siamo l'amicizia, risolviamo una promessa fatta ad un'amica, ad un'ex ragazza, a una sorella, ci sembra di essere in 4, invece siamo in 5. Siamo tutti i sostantivi più nobili e importanti del vocabolario, tutti sostantivi con la maiuscola. Tutti questi sostantivi iniziano con la maiuscola. Capisci? Siamo la Morte. Siamo La Vita. Siamo L'Amicizia. Siamo il Dolore. Siamo la Gioia. E anche se non ci crediamo ancora, stiamo ridando senso alle nostre vite e alla vita di M., definitivamente, per sempre, ora siamo liminari, fra un po' saremo un altra cosa. E tramite queste maschere saremo...- Ormai G. si era convinto del tutto della loro missione, mangiando M. l'avrebbe amata per sempre. Possedendola per sempre l'avrebbe amata per sempre. Mangiava la sua carne per avere la sua anima- - Saremo dei criminali, saremo dei cannibali, o cazzo, capisci, saremo dei cannibali! - ribatté il vampiro. - Se non lo vuoi fare vattene. Sei libero di farlo- - Lo sai che non è questo.- - Lo so, non credere che a me i dubbi non siano venuti, so che potrà sembrare una follia, l'ultimo gesto insano, di una donna vissuta che ha vissuto insensatamente per gli ultimi mesi di vita, sai che aveva iniziato a vestire il cilicio, cose del genere. Quando L. mi disse delle sue idee riguardo al suo vero funerale, vomitai. Ma poi capii. E dissi si. Si, con gioia caprina ed estatica. Se avesse avuto solo un funerale come tutti, avrebbe voluto dire che lei in quanto individuo non aveva mai vissuto. Sai tutte le pippe che ci facciamo su Nietzsche? Tutte le pippe sul fatto che dobbiamo odiare una società così basata sul culto del pulito? Tutte le pippe sulla società sterilizzata? Tutte le nostre discussioni su come invece dobbiamo inglobare il dolore, la malattia e così colui che soffre?- - Si. Tipo che i matti non deve essere rinchiusi come i malati...- - Si. Si. Quei discorsi. Ora noi stiamo superando la nostra società! Capisci siamo dei superuomini. UBERMENSCH!. Stiamo cambiando la società. Diventeremo diversi da tutto e tutti in quanto mangiando M. non saremo più solo G.,L.,P., e V., saremo una nuova entità, anche se solo per oggi. No, non solo per oggi,per tutta la vita. Lo so che ti spaventa ma vedrai tra un po' ne sarai contento. Solo per oggi. Mangiando M.,si, mangiando M. avremmo fatto felice una donna morta. E noi, noi non saremo più gli stessi e lo ritualizzeremo, in quanto la morte di M. già ci aveva cambiato. E ora lo renderemo esplicito. - G. ebbe una pausa, poi inizio a parlare di nuovo , con le lacrime agli occhi - E un tatuaggio non poteva bastare, non può bastare se hai amato M.-
L., pianse a dirotto. Quando smise di farlo partirono e c'erano solo la sabbia, i motori, le maschere, carne e amore. Alberi e pietre.

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